10 settembre 2024

«Dio ha scelto i poveri!»


«Dio ha scelto i poveri!», afferma in modo lapidario san Giacomo nella sua lettera. E questa preferenza di Dio dovrebbe diventare anche la nostra! 


«Dio ha scelto i poveri!». Come non sentire bruciare dentro una domanda: Io chi ho scelto? Chi ha scelto la nostra società, la nostra città, la nostra chiesa? 


Ogni giorno, impietosamente, i mezzi di comunicazione sociale portano nelle nostre case l’eco del grido dei poveri che sale da tante parti della terra. Ed è una litania così continua e così diffusa che rischia di trasformarsi per noi in abitudine ed assuefazione. 


Qualche tempo fa il Quotidiano Cattolico "Avvenire" ha pubblicato il commovente racconto di una ventinovenne Eritrea che, dal letto di un ospedale italiano dove si trovava dopo il salvataggio, ha confermato davanti alle telecamere l’ennesima tragedia del mare, con parole che sembrano dar voce a tutti i poveri del mondo; parole che dovrebbero conficcarsi come una spina nel cuore e nella coscienza di ciascuno di noi: 


«Sul barcone, man mano che qualcuno moriva, eravamo costretti a gettarlo in mare. Abbiamo visto altre barche, ma non avevamo benzina per raggiungerle. Non ci hanno aiutati!». 


Decine e decine di uomini, donne e bambini inabissati in fondo a quello stesso mare in cui hanno incrociato navi da crociera, traghetti e yacht… 


Forse, quando leggiamo delle deportazioni degli Ebrei sotto il Nazismo ci chiediamo: certo le popolazioni non sapevano… ma quei convogli sigillati, le voci, le grida nelle stazioni di transito, davvero nessuno li vedeva o li sentiva? Allora erano il totalitarismo e il terrore a far chiudere gli orecchi, gli occhi e i cuori. Oggi no! 


E tuttavia assistiamo ad una quieta, rassegnata indifferenza, se non addirittura ad una infastidita avversione verso il “diverso”, nello stesso mare delle nostre vacanze, diventato la tomba di troppi. 


«Dio ha scelto i poveri!». E io? E noi?


Carmelo Vitellino


16 agosto 2024

Paolo Ricca: un uomo «della» Parola, un uomo «per» la Parola





È morto a Roma, nella notte tra il 13 e il 14 agosto 2024, Paolo Ricca, pastore protestante valdese, teologo e biblista di fama internazionale.


Lo voglio ricordare con molta semplicità in questo mio post perchè ha rappresentato per me un punto di riferimento nel mio cammino di fede e nel mio impegno di diffondere la Parola di Dio, che Ricca ha amato profondamente in tutta la sua vita di convinto cristiano e appassionato predicatore. 


Lo vorrei ricordare concentrandomi su un unico aspetto: è stato un uomo «della» Parola e un uomo «per» la Parola. La sua è stata una passione infinita per la Bibbia, che per lui non era anzitutto oggetto di studio ma luogo quotidiano nel quale incontrare Cristo, “la” Parola di Dio fatta carne.


Le parole per esprimere questo suo amore per la Sacra Scrittura le cercava spesso (non esclusivamente) in Martin Lutero - autore della riforma protestante - del quale è stato fedele discepolo, lettore, traduttore, interprete e divulgatore. Ma Lutero è interessante perché aiuta a capire la Bibbia e il suo centro: Gesù Cristo. 


Proprio in nome di Cristo, e di Cristo soltanto, in nome della passione per la Parola di Dio, Paolo Ricca era protestante. Il suo, però, non era un protestantesimo angusto, settario, chiuso nella polemica. Al contrario, la sua fede evangelica lo ha condotto all’ecumenismo, che ha praticato con grande audacia e determinazione. Questa sua apertura ne ha fatto veramente un maestro comune, ascoltato e amato dalle diverse confessioni cristiane (cattolica, protestante e ortodossa).


Paolo Ricca, poi, è stato un grande «predicatore». C’era in lui la chiarezza, il dominio del tema e della lingua, la capacità di coinvolgere chi ascolta, la ricchezza, e insieme la semplicità, dei riferimenti. Amava predicare la Parola, convinto che Dio stesso parlasse attraverso di lui: per questo i suoi ascoltatori sono stati edificati dai suoi insegnamenti.


Egli predicava la Parola sempre e ovunque: quando teneva il «sermone» durante il culto, quando insegnava teologia ai suoi alunni, quando teneva conferenze, quando parlava alla gente comune attraverso la radio e la tv, quando scriveva i suoi innumerevoli libri. 


In Paolo Ricca, però, l’amore profondo per la Parola di Dio e la gioia di predicarla erano testimonianza. Chi lo ha ascoltato non ha potuto non chiedersi: “E se per caso, ciò di cui sta parlando, in questo modo affascinante, fosse vero?”.

Forse è proprio questo un «grande predicatore», o una grande predicatrice: chi ti costringe a farti questa domanda.

Concludo con un suo pensiero espresso durante un’intervista rilasciata  alla rivista Rocca l’1 marzo 2024: 


«Oggi - mi sembra, ma spero di sbagliarmi - le Chiese parlano poco di Dio. Sul piano liturgico ne parlano anche troppo, come sempre: messe, culti, battesimi, funerali, cerimonie e riti vari continuano come prima, e tutto avviene nel nome della Santissima Trinità. Ma questo Dio liturgico - se così posso dire - mi sembra un Dio addomesticato, funzionale al funzionamento della Chiesa, un Dio rassicurante che non disturba nessuno.

È nell’annuncio pubblico della Chiesa che mi sembra di dover registrare un impressionante silenzio su Dio. Ci preoccupiamo tanto di un presunto silenzio “di” Dio, ma forse dovrebbe inquietarci di più il silenzio “su” Dio. La Chiesa parla di tutto: immigrati da accogliere, poveri con cui solidarizzare, pace per cui pregare, coppie omosessuali (da benedire o no?), sacerdozio femminile (sì o no?), suicidio medicalmente assistito (sì o no?), e così via - tutte questioni importanti e controverse di cui bisogna anche parlare - ma il tema principale del discorso della Chiesa è un altro, è Dio, la sua presenza e azione nascosta nel mondo, il suo regno che con Gesù è diventato vicino. 

Non può non lasciarci interdetti il fatto che il messaggio pubblico della Chiesa più largamente pubblicizzato con ogni mezzo (stampa, radio, TV) sia l’Otto per mille! Questo messaggio è certamente importante per finanziare una parte rilevante del servizio della Chiesa, ma non è quello il messaggio che la Chiesa deve annunciare, non è quello l’Evangelo!».


E conclude: 


«La Chiesa dovrebbe seguire l’esempio di Gesù, che ha fatto “diaconia” (servizio) da mattina a sera, sette giorni alla settimana, sabato compreso (sfidando il divieto!). Quindi oltre alla predicazione non ha fatto altro che diaconia, ma - non so se lo avete notato - non ne parla mai! Non reclamizza mai le sue “opere potenti”! Egli parla del regno di Dio vicino, parla cioè non di quello che fa lui, Gesù, ma di quello che fa Dio: mette sempre Dio al centro. Noi invece reclamizziamo le nostre opere… ci vantiamo dicendo come siamo bravi, cioè, in sostanza, annunciamo noi stessi! Ma il nostro compito è parlare di Dio, non di noi!».


Adempiendo fedelmente al suo compito di teologo, Paolo Ricca esorta la Chiesa a ritrovare il centro della sua vocazione e la sua stessa ragion d’essere in questo mondo: Dio.


Carmelo Vitellino


09 luglio 2024

La pedagogia delle domande


Dove passa Gesù fiorisce lo stupore e germogliano domande.

Il vangelo di Mc 6,1-6 registra cinque domande, uscite dalla bocca dei concittadini di Gesù: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».

Anche in altri passi della Bibbia si nota che Dio educa il suo popolo con la pedagogia delle domande.

Un detto ebraico racconta che in principio Dio creò il punto interrogativo e lo piantò nel cuore dell’uomo. Nella nostra scrittura occidentale la forma ad uncino del punto interrogativo ricorda quella di un amo da pesca che spesso la Parola di Dio lancia idealmente dentro di noi per agganciarci e tirarci a sé, per tirarci fuori - dalla superficialità nella quale spesso viviamo - verso la luce, verso il bene e il bello, verso il cambiamento di mentalità.

Le cinque domande riportate da Mc 6,1-6 nascondono però un vizio: la pretesa di avere una risposta immediata, facile, preconfezionata. Ed è il vero motivo per cui quella gente passò così in fretta dallo stupore per le parole di Gesù alla diffidenza, fino a giungere al rifiuto netto.

Lo scrittore R. M. Rilke, nelle sue “Lettere ad un giovane poeta”, esorta il suo interlocutore a «vivere bene le domande», cioè a non correre subito a cercare risposte passando in fretta da una porta all'altra, da un libro all'altro, da un maestro all'altro. Occorre, piuttosto, amare le domande, lasciarle lavorare dentro di sé, come una gestazione.

Le domande tracciano sentieri nel cuore, offrono suggerimenti, invitano ad andare oltre, sono perennemente giovani.

Gli interlocutori di Gesù, quel giorno nella sinagoga di Nazaret, non hanno saputo «stare» nelle domande, non hanno saputo accoglierle, le hanno subito soffocate sotto la coltre dei loro pregiudizi e proprio per questo il loro stupore sincero iniziale si mutò rapidamente in scandalo. 

Gesù scandalizza perché si rivela “diverso” rispetto alle nostre attese. Egli è venuto a portare un insegnamento nuovo, a mettere la persona prima della legge. E chi si uniforma alla vecchia religione non si riconosce in questo insegnamento, perché non si riconosce nel Dio che viene annunciato e rivelato: un Dio che fa grazia ad ogni figlio, al di là del merito, che diffonde misericordia senza condizioni, che fa nuove tutte le cose.

La gente del villaggio dove Gesù è cresciuto fece come noi, che amiamo andare in cerca di conferme a ciò che già pensiamo, ci nutriamo di ripetizioni e luoghi comuni, incapaci di pensare sotto un'altra luce e di lasciarci sorprendere dalla novità di Dio. 

Gesù scandalizza i suoi compaesani perché non usa il linguaggio alto e vuoto degli altri maestri d’Israele, ma adopera parole di tutti i giorni. Scandalizza per la sua semplicità e la sua vicinanza. Eppure, è proprio questa la “buona notizia” del Vangelo: un Dio che si incarna, entra dentro l'ordinarietà della nostra vita, abbraccia il mondo con tutte le sue imperfezioni. 

Afferma E. Ronchi: "Noi - come la gente ai tempi di Gesù - rischiamo di cercare Dio nell’infinito dei cieli, quando invece Dio è inginocchiato a terra con le mani nel catino per lavarci i piedi". 


Carmelo Vitellino

«Sforzatevi di entrare per la porta stretta» (Lc 13,24)

  La lotta che apre alla gioia 🌿 Benvenuti nella meditazione di Lc 13,22-30 Gesù, in cammino verso Gerusalemme, non risponde a curiosità o...